Fondi PIR: bilancio del 2018 e gli errori da non ripetere


Avevamo scritto alcuni articoli nel 2017 e inizio anno sui PIR, mettendo in guardia i risparmiatori su due aspetti fondamentali che dovevano valutare prima di investire in un fondo PIR: il costo dei fondi  e la concentrazione sull’Italia dello strumento in particolare sul segmento delle mid-small cap azionarie.

Sul primo punto il nostro consiglio era di non avere fretta, e questo si è rivelato molto giusto. I primi fondi PIR (Piani individuali di risparmio) erano molto cari, con commissioni di performance molto elevate che vanificavano i vantaggi fiscali mentre con l’aumentare dell’offerta nei mesi seguenti si sono visti fondi con commissioni più corrette e anche il nascere dei primi ETF PIR, che svolgevano di fatto la stessa funzione di un fondo ma con commissioni molto ridotte.

L’altro punto fondamentale era legato al concetto di diversificazione che dovrebbe guidare la costruzione di ogni portafoglio: si può investire in Italia?

Si certo ma la componente di Italia non deve superare il 5-10%, considerando la capitalizzazione del mercato azionario italiano su scala mondiale è pari al 0.66% (sull’Msci World).

Questo è già un numero alto se consideriamo che il peso dell’Italia è molto inferiore. A questo numero si aggiunge il buon senso: un cittadino italiano ha presumibilmente lavoro in Italia e spesso casa in Italia. Se poi si tratta di un imprenditore i rischi sono ancora maggiori. Di fatto il tuo rischio patrimoniale va sempre considerato complessivo: lavoro e casa in Italia significa che se va bene il paese ne benefici su tutte le tue attività economiche e sul valore dei tuoi asset immobiliari, se va male l’economia (attualmente vi è un rischio di recessione) e i prezzi delle case scendono sei a rischio su molteplici fronti del tuo patrimonio complessivo.

Per questo motivo bisognava e bisogna limitare al minimo gli investimenti sugli asset del tuo paese, come era il caso dei PIR, senza farsi abbagliare dal vantaggio fiscale. Lo stesso vale per i con tutto quello che stiamo vedendo e leggendo sullo spread: una crisi politica dovuta alla perdita di fiducia dell’attuale governo è da tenere da conto ma per questo un portafoglio deve essere sempre diversificato affinché non subisca i cd rischi esogeni che non si possono prevedere.

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Torniamo ai PIR : a poco più di un mese dalla fine dell’anno, è possibile cominciare a fare un bilancio del 2018, cercando di capire se questi strumenti, entrati in vigore con la legge di bilancio 2017, abbiano seguito il boom del primo anno.

Guardando il nostro data base proprietario, a fine novembre sono censiti una quarantina di fondi e cinque ETF conformi alla normativa PIR. “La maggior parte è classificata nella categoria Azionari Italia ed ha quindi una prevalente componente equity.  Guardando ai lanci dell’anno, rispetto al boom del 2017 che ha visto arrivare sul mercato circa cinquanta fondi, nei primi nove mesi i debutti sono molto inferiori. Se analizziamo poi la raccolta, la differenza è piuttosto evidente: il 2017 si chiudeva con flussi netti pari a circa 8,4 miliardi di euro. Nei primi nove mesi di quest’anno, invece, la raccolta di questi prodotti si è fermata a 3,3 miliardi, come già accennato. Difficile immaginare che questo quarto trimestre possa rivoluzionare i livelli di sottoscrizioni.

Il rallentamento probabilmente è anche dovuto alla volatilità dell’azionario italiano registrato quest’anno. La borsa ha subito diversi crolli, mentre lo spread saliva, soprattutto dopo la presentazione del Def di governo all’Unione Europea.

Completiamo il quadro con le performance che sono molto negative: da inizio anno i fondi PIR hanno una media di -11.3% con il peggiore che perde il -20.2%  Mentre il migliore è -3.7% .

La conclusione è quanto sopra già detta: I fondi PIR sono un ottimo veicolo fiscale a condizione che si acquisti uno fondo o ETF con un costo ragionevole e che il suo peso nel portafoglio non superi il 5%.

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