I PIR, di cui abbiamo trattato in un precedente articolo, sono un tema molto dibattuto e fare chiarezza sulla normativa riguardante i Piani Individuali di Risparmio è una necessità che accomuna molti investitori.

A seguito di uno studio di Euclidea, dedicato ai PIR e pubblicato dalla giornalista Paola Valentini sul quotidiano Milano Finanza, Luca Valaguzza, Founder & CPO della SIM, è stato intervistato da Carla Signorile per la trasmissione I Vostri Soldi di Class CNBC.

Partiamo con la domanda di rito: Dott. Valaguzza, che cos’è un PIR?

Un PIR è un Piano Individuale di Risparmio, una norma del Governo che esenta i risparmiatori dal pagamento dell’ imposta sul capital gain e sui dividendi sugli acquisti legati a questo piano di accumulo, di durata di 5 anni . Il risultato è quindi un significativo beneficio fiscale legato a questa iniziativa.

Un vero e proprio boom in questo 2017 per i PIR. Voi di Euclidea avete fatto una fotografia del mondo PIR e sono numerosi i fondi PIR compliant e, ora, anche i primi  ETF. Alcuni di questi, a dire il vero, erano già esistenti e poi hanno ricevuto il “bollino” PIR. Possiamo fare un bilancio fino a questo momento?

Abbiamo una continua offerta di prodotti cosiddetti PIR compliant che rispettano le indicazioni del Governo che sono molto semplici. Il 70% deve essere investito in bond o azioni dove l’emittente è una società italiana, o residente fiscalmente in Italia. Mentre il 30% di questo 70% , quindi  21% dei PIR, va investito in titoli al di fuori del FTSEMIB.

Cos’è il benchmark e come si comportano i PIR su questo fronte?

Il benchmark è un indice di riferimento ed è un obbligo della società di gestione individuarlo. È chiaro che, quando parliamo di PIR, il benchmark arriva da un’indicazione del Governo. Siamo in Italia, come area geografica , abbiamo un 21% di SMALL CAP e quindi  nell’ambito dei fondi bilanciati o azionari Italia, che è la tipologia di prodotti uscita fino ad ora.

Arriviamo al tema clou della puntata di oggi. Si parla di beneficio fiscale, ormai chiaro a tutti, ma cerchiamo di capire qualcosa di più sul fronte dei costi. In Euclidea avete messo a confronto delle tipologie diverse, può condividere quanto emerso?

In Euclidea ci avvaliamo di un modello proprietario attraverso cui analizziamo ciascun fondo e abbiamo analizzato la differenza, nell’ambito dei PIR, tra le commissioni di gestione e le spese correnti. Il nostro metodo proprietario  e il consiglio che diamo ai risparmiatori, è di focalizzarsi sulle spese correnti perché, al loro interno, sono comprese tutte le spese principali che impattano sul fondo.

 

Grafico 11

 

Cosa possiamo capire invece dalle ultime due colonne di questo grafico?

Questa parte indica come le commissioni di gestione diano un’indicazione del costo, ma le spese correnti continuano ad essere più importanti. Quello su cui vale la pena focalizzarsi è rappresentato nel grafico successivo che confronta le spese correnti dei PIR con i fondi della stessa categoria.

 

Grafico slide 2

 

Cosa sono le spese correnti?

Le spese correnti comprendono sia la commissione di gestione più tutte le spese che riguardano la banca depositaria, l’amministratore e eventuali advisor utilizzati dal gestore. Sono importanti perché includono, all’interno di un indicatore unico, tutte le spese che poi vanno a decurtare il rendimento del fondo. Sono però escluse le commissioni di performance, di ingresso e di uscita.

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Cosa notiamo quindi da questo grafico che presenta dei valori abbastanza simili?

La cosa più importante che deriva da questi valori similiè quello che abbiamo già consigliato vivamente noi di Euclidea pochi giorni fa e cha la giornalista, Paola Valentini, ha ripreso nel suo articolo pubblicato da Milano Finanza:  è importante aspettare a scegliere  perché, man mano che aumenta l’offerta di fondi PIR, le commissioni tendono ad essere più competitive.  Questo grafico ci conferma quindi che i fondi PIR sono in linea, per quanto riguarda le spese correnti, con i fondi di pari categoria.

Sul fronte delle spese correnti non è quindi vero che i fondi PIR costano di più rispetto ai fondi non PIR. Sta qui emergendo un elemento importante, ovvero che i primi fondi PIR erano più costosi di quelli che stanno arrivando nel corso del 2017, corretto?

Assolutamente sì. La cosa più importante e che speriamo vivamente verrà modificata dal Governo, è il fatto che il PIR obbliga il risparmiatore a rimanere 5 anni legato a quel fondo; quindi chi fosse corso a comprare il PIR più costoso, non può più cambiare perché se cambia perde il beneficio fiscale. Abbiamo adesso un’offerta comunque abbastanza buona quindi un risparmiatore può anche valutare fondi meno cari e fondi privi di commissioni di performance.    

A proposito delle commissioni di performance, c’è un dato importante che Euclidea ci ha riportato, ovvero che il 79.5% dei fondi PIR prevedono una commissione di performance. Una cifra piuttosto impressionante.

Esatto. Qui sarei un po’ meno diplomatico nel senso che personalmente ritengo che non abbia alcun senso applicare commissioni di performance in un fondo a benchmark perché, come dicevo all’inizio, le indicazioni derivano dalla normativa quindi il gestore del fondo ha già un sentiero ben tracciato.

Certamente il gestore può e deve,  creare valore attraverso lo stock picking, ma per questo percepisce già una buona commissione di gestione annua. Chiedere una commissione di performance che in molti casi toglie il beneficio fiscale, nella nostra opinione, non ha alcun senso.

Bisogna quindi andare a cercare quel 20% di prodotti PIR che non prevedono questa commissione. Poi ci sono comunque la commissione di ingresso, di uscita, ma si possono negoziare?

Assolutamente sì. Si devono negoziare, è una facoltà del risparmiatore e le società lo prevedono nel loro prospetto. 

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