Negli ultimi anni, sempre più italiani cercano forme di risparmio alternative ai classici conti bancari e tra le opzioni più quotate troviamo i fondi comuni d’investimento, più risparmiatori affidano i loro risparmi a società di gestione adibite così che i guadagni comuni siano più alti e più stabili rispetto a investimenti fatti dal singolo, e le polizze sulla vita, un contratto di assicurazione grazie al quale si garantisce un ritorno economico in caso di morte prematura, malattia grave o invalidità.

Quando però si prendono in considerazione servizi del genere la prima domanda che ci si deve porre è: quanto mi costa?

Il “quanto mi costa” comprende diversi aspetti legati alle spese da sostenere quando si parla di investimenti. Nel mondo dell’investimento capire quanto mi costa non è però così immediato. In primo luogo, perché ci sono sul mercato una moltitudine di prodotti o servizi: fondi comuni, gestioni patrimoniali, polizze sulla vita. In secondo luogo, perché spesso il costo non sempre è reso evidente, ma è sommerso in documenti complessi o viene indicato solo parzialmente. In più non vi è una sola voce comprendente tutti i costi, ma voci diverse: commissioni di gestione, di performance, di entrata/uscita, amministrative, e così via. Per l’investitore privato, valutare tutti questi elementi, non è semplice e immediato. Inoltre, quando chi consiglia l’investimento non è al servizio esclusivo del cliente, ma ha un interesse diretto nella vendita di uno specifico prodotto, le informazioni riguardanti possono essere ancora più difficili da reperire.

In un discussion paper del 2018 la Consob (La Commissione nazionale per le società e la Borsa) evidenzia come il 70% delle commissioni generate dai fondi comuni di investimento sia destinato alle sole spese di distribuzione. È chiaro che con modelli di investimento più diretti e meno onerosi per l’investitore i risultati sarebbero sicuramente superiori.

Con l’introduzione di Mifid 2, la normativa europea che disciplina i servizi di investimento, la situazione dovrebbe cambiare, in meglio. Mifid 2 ha, infatti, due grandi meriti: l’aver preteso che i costi siano resi trasparenti e che chi svolge attività di consulenza ai clienti debba avere dei requisiti minimi di professionalità.

Nel momento in cui però verranno resi noti tutti i costi che gli investitori sostengono regolarmente molti potrebbero avere brutte sorprese.

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Quali sono le tecniche che rendono poco comprensibili i costi e i rischi dei fondi d’investimento e delle polizze vita?

  • Strumenti a fees multilivello in cui solo l’ultimo strato viene rivelato. Ad esempio, polizze unit linked, gestioni patrimoniali zeppe di fondi della casa (conflitto di interessi), fondi di fondi alle volte addirittura mono-brand. Una specie di tassazione stratificata in cui si mischiano costi del prodotto, del sottostante e talvolta banche depositarie dai costi gonfiati e persino delle commissioni di performance;
  • Performance fee che hanno periodi di esercizi del tutto irragionevoli (fino al mensile) o con parametri di riferimento inadeguati, quando ad esempio il parametro non rappresenta il mercato reale di investimento;
  • “Il grande fallo di confusione". Gestioni in cui si mischiano centinaia di prodotti, spesso pieni di fondi della casa ma anche titoli obbligazionari e azionari, in modo da avere una falsa percezione di ricchezza del prodotto. E talvolta anche sottostanti con performance fee che fanno sì che si possano pagare commissioni anche se non vi è un guadagno;
  • Strutturati con pagamenti di cedole apparentemente attraenti dove nascondono opzioni ultra costose che spesso rendono possibile la trasformazione dei certificati in azioni.

La Mifid II porterà una maggiore trasparenza?

Chi vende prodotti finanziari sa troppe più cose di chi li compra. È un classico esempio di fallimento del mercato (market failure) che può essere raddrizzato solo con una normativa lineare e ragionevole. E in questo la Mifid 2 giocherà un ruolo fondamentale. Sarà alla prova pratica che si capirà se le cose miglioreranno per gli investitori. La normativa Mifid ha scelto di non seguire il modello “duro e puro” della RDR inglese che impone ai distributori di non ricevere nessuna utilità dai produttori. Non necessariamente si tratta di una scelta sbagliata se si riuscirà ad ottenere un adeguato livello di trasparenza e se si incentiveranno gli investitori a farsi più domande.

Per saperne di più contatta Euclidea, società autorizzata da Consob al servizio di gestione patrimoniale.

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