La seduta di borsa di giovedì 22 febbraio ha probabilmente segnato il passo di un cambio di sentimento del rischio Italia sui mercati da parte degli operatori, complici le dichiarazioni inopportune di Juncker sulle prossime elezioni.

Mercati che, dopo la Brexit, hanno dato sempre meno importanza alle elezioni politiche rispetto ad altre variabili  economiche ritenute più importanti. Era stato così per le elezioni francesi, quelle tedesche e anche per la crisi catalana. Lo stesso per il mercato azionario italiano che, a venerdì scorso, risultava in rialzo del 3,65% da inizio anno e del 18,9% rispetto ad un anno fa. Molto meglio dei mercati europei visto che lo Stoxx600 è in calo del 2% da inizio anno e in rialzo solo del 2% da inizio anno.

Mercato e elezioni, cosa sta cambiando?

Le preoccupazioni politiche sono rientrate da mesi per due motivi: se è vero che spira ancora forte un vento populista, le nuove leggi elettorali, approvate nell'ottobre 2017, sono state progettate per promuovere la stabilità politica nella terza economia della zona euro incoraggiando le parti a costruire alleanze pre-elettorali e favorendo anche partiti locali ben consolidati. Tuttavia, gli attuali sondaggi indicano uno stallo politico a tre vie, suggerendo che sarà difficile, per qualsiasi coalizione, assicurarsi la maggioranza alle elezioni generali dell'Italia il 4 marzo 2018, risultante successivamente in un parlamento appeso.

Allo stesso tempo il M5S e altri partiti euroscettici italiani hanno attenuato la loro retorica anti-euro in quanto il sostegno pubblico, alla moneta unica, è aumentato in Italia e nella zona euro.

Questi due fattori stanno mitigando il rischio politico ex ante, ma sicuramente impongono agli operatori di guardare già da ora a quale scenario potrà delinearsi post elezioni.

 Da un punto di vista economico i mercati sono comunque ben consci che la legge di bilancio 2018 è già stata approvata, così come sono consapevoli che avremo l’ombrello del QE della BCE anche per l’anno in corso, se pur in forma ridotta.

Sommando queste considerazioni politiche ed economiche è probabile che l’incertezza e la conseguente volatilità sugli asset Italiani si spostino a metà marzo e nel medio termine quando un eventuale nuovo governo avrà una sua politica economica. Resterà da verificare se l‘atteggiamento sul deficit di bilancio sarà in linea con le promesse elettorali, tutte orientate ad un suo ampliamento.

Considerando che il QE e il relativo paracadute, si andrà ad esaurire e ci sarà un nuovo presidente alla BCE al posto di Mario Draghi è meglio essere cauti: le dichiarazioni di venerdì di Weidmann, suo probabile successore, lasciano poco spazio ai dubbi e chi a chi toccherà risolvere i problemi. 

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Investimenti: cosa fare e cosa non fare in vista delle elezioni

Ora la domanda cruciale: cosa fare sui portafogli? La risposta ovviamente è data in funzione di quanta Italia si ha in portafoglio e questo varia da investimento a investimento e da una politica gestionale all’altra. In Euclidea, nello specifico, abbiamo alcuni dogmi che ci guidano nella costruzione dei portafogli, dove diversificazione e controllo del rischio, sono tra i principali.

Quello che ne consegue è una politica di investimento ben delineata: per noi il Rischio Paese, o geopolitico, va contenuto, o eliminato, a maggior ragione se esiste un forte rischio di sottoperformance.

Nello specifico l’Italia, nei portafogli Euclidea, ha già un peso contenuto che deriva dalla capitalizzazione di Borsa: l’Italia rappresenta infatti meno del 2% del mercato azionario mondiale e, di conseguenza, il peso su un nostro portafoglio può essere identico o ancora più ridotto. Lo stesso vale per i titoli di Stato italiani: qui, dove esiste un rischio maggiore di allargamento dello spread, abbiamo deciso di neutralizzare la posizione con un'operazione di copertura per cui, ad oggi, nei nostri portafogli il rischio Italia è zero.

L’Italia in portafoglio, un ultimo aspetto di buon senso

Siamo italiani, molti di noi con un lavoro o un attività imprenditoriale in Italia e, alcuni, con una casa di proprietà. In un’ottica di diversificazione del rischio non ha alcun senso detenere attività finanziarie di un emittente Italiano, sia esso un azione o un Titolo di stato; o quantomeno è bene che non pesino più del 5% - 10%. Non fatevi ingannare da “consociamo bene il mercato di casa nostra”.

Se il belpaese, come ci auguriamo, avrà un’economia in espansione e i conti in ordine, ne beneficeremo nel lavoro e dal prezzo degli asset che qui deteniamo.

Questa è una strategia di investimento che abbiamo condiviso in passato discutendo dei PIR; Buona iniziativa ma attenti ai costi e a realizzare un peso in portafoglio non superiore al 10%.

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