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Le valutazioni dei mercati azionari e le modifiche dei portafogli Euclidea

La ripresa dei mercati azionari tra marzo e luglio ha preso in contropiede una buona fetta degli investitori.
I mercati USA hanno guadagnato oltre il 40% nel corso di soli quattro mesi, lasciando sorpresi alcuni tra gli investitori più famosi tra cui W.Buffet e S.Druckenmiller, da sempre sostenitori del “comprare la paura e vendere l’euforia”.

 

Tuttavia numerosi dubbi continuano ad alimentare le tesi degli scettici: i dati economici disastrosi, numerosi fallimenti silenziosi e l’accumularsi senza precedenti di debito di natura sia pubblica che privata.

Cio’ nonostante il mercato azionario ha guardato avanti, trascurando gli elementi di preoccupazione e vedendo un futuro più roseo del presente.
Goldman Sachs, ad esempio, prevede che l’economia americana avrà una ripresa del 25% nel terzo trimestre del 2020 e una crescita del 5.8% nel 2021. Da questo punto di vista le cose sembrano procedere nella direzione del miglioramento, pronte a ritornare ai livelli precedenti.


I prezzi azionari appaiono, ad uno sguardo superficiale, ampiamente sopravvalutati rispetto ai valori storici, ma bisogna considerare che i tassi di interesse sono significativamente più bassi e automaticamente riducono le alternative di investimento a minor rischio.

 

L’altro giudizio comune che va sfatato è che ci sia una chiara correlazione tra l’andamento del mercato azionario e la crescita economica. Questa relazione non è supportata né da una semplice analisi dei dati, né da studi accademici (la relazione è stata studiata sin dagli anni ‘30 negli Stati Uniti, ma bastano pochi grafici per convincersene).

 

E’ difficile farsi un’idea chiara sulle aspettative degli investitori e sulle previsioni macroeconomiche, ma rimane un aspetto oggettivo che è la fortissima crescita del debito sia pubblico che privato.
Mentre nel 2008/09 le istituzioni hanno temporeggiato a stampare moneta e a fornire prestiti, non si può dire lo stesso durante la crisi COVID.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale (IMF), le economie sviluppate si indebiteranno nel 2020 per un ammontare pari al 17% del prodotto interno lordo e per un totale di 4.300 miliardi di USD, che a loro volta verranno sostenuti da una espansione monetaria di 3.700 miliardi di USD. Per dare una proporzione, si tratta di un ammontare pari a circa il 25% dell’economia USA.

Resta quindi da interrogarsi su quale sarà l’effetto dell’aumento debito sull’economia e sulle aziende.

 

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Fonte: Economist

 

In teoria la creazione di nuova moneta dovrebbe portare a maggiore inflazione e l’aumento del debito delle aziende, non supportato da una adeguata crescita economica, ad un maggiore tasso di fallimento.
Il pensiero delle Banche Centrali oggi sembra essere differente.
Mentre nei decenni passati era esplicito che l’inflazione fosse il loro focus principale, ora gli obiettivi ora sembrano diversi: mantenere la calma sui mercati e consentire ai governi di finanziarsi in maniera poco o per nulla costosa. Cosa che fino ad ora è riuscita.

La nuova filosofia non esplicita delle Banche Centrali è riassunta in una nuova teoria, la Modern Monetary Theory: con tassi a zero o lievemente negativi si rendono gli investimenti con maggior rischio più attraenti (azioni, titoli corporate, oro) e al contempo si consente ai Governi di indebitarsi in modo praticamente gratuito.

 

Naturalmente la creazione di nuovo debito pone il problema di come verrà ripagato.

  • Nel caso dei Governi si può supporre che ci sarà un prolungato aiuto delle Banche Centrali che, naturalmente, necessita della fiducia dei mercati. Nel caso l’inflazione salisse velocemente, l’intero sistema sarebbe a rischio. Lo stimolo, inoltre, pur dando respiro nell’immediato, provocherà inevitabilmente delle importanti distorsioni di mercato.
  • Nel caso delle aziende il caso è più ostico perché, in assenza di un business in grado di ripagare il debito, è difficile pensare che una buona parte non vada in difficoltà.

Ribilanciamento

In questo momento ci pare che la situazione sui bond governativi sia relativamente tranquilla grazie all’aiuto delle Banche Centrali e la stessa cosa si può dire dei titoli corporate più difensivi.
Oltre che qualitativamente, il segnale ci viene anche dai nostri modelli quantitativi.
La situazione rimane invece meno attraente sul mercato azionario per via delle valutazioni troppo alte.


Nei portafogli Euclidea, in questo mese, senza modificare radicalmente la posizione, abbiamo mantenuto un lieve sottopeso sul mercato azionario e reinserito una parte di obbligazioni speculative (high yield) nel segmento a più breve scadenza e con rating più elevato.

Abbiamo inoltre rimosso una posizione non particolarmente importante sul Dollaro USA (tra il 4 e il 5%) nella parte obbligazionaria.

 

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