“Una semplificazione della normativa farebbe bene a tutti i consulenti finanziari e agli investitori”.

A parlare è Massimo Scolari, presidente di Ascofind e Consigliere Indipendente nel CDA di Euclidea, in un intervista di Eugenio Montesano pubblicata su Focus Risparmio il 31 gennaio 2020.

 
A gennaio sono trascorsi due anni dall’entrata in vigore della direttiva MiFID 2: cosa è veramente cambiato?

La direttiva Mifid 2 si proponeva di accrescere la protezione degli investitori e, a questo fine, alla luce della sempre maggiore complessità dei mercati e dei prodotti finanziari, di estendere e regolare adeguatamente l’attività di consulenza agli investimenti. Gli intermediari avrebbero quindi dovuto curare con molta attenzione l’informativa alla clientela in merito alla tipologia di consulenza offerta, alle caratteristiche del servizio e alle modalità di remunerazione del servizio.

I risultati, per il momento, non sembrano incoraggianti. E non è solo una mia personale percezione. Mi baso sui dati pubblicati dalla Consob nel suo ultimo rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane nel quale si rileva che solo il 40% degli investitori dichiarano di essere a conoscenza del servizio di consulenza (la percentuale tra l’altro è assai più bassa tra i non investitori). Ciò significa che ancora oggi più della metà degli investitori operano senza un’adeguata consulenza. La comprensione delle caratteristiche del servizio risulta inoltre piuttosto scadente: più del 20%, ossia la metà di quelli che dichiarano di conoscere la consulenza, confondono l’adeguatezza delle raccomandazioni di investimento con l’assenza di perdite in conto capitale.

Per quanto riguarda la conoscenza dei costi del servizio di consulenza le cose non vanno meglio, anzi. Più dell’80% degli investitori che ricevono consulenza ignorano completamente le modalità di remunerazione del servizio e, anche se lo pagano direttamente o indirettamente, nella stragrande maggioranza dei casi, dichiarano di non essere intenzionati a pagarlo. Una Caporetto. Come si dice in questi casi, vedo alcuni e significativi margini di miglioramento.

 
Nel 2020 è prevista una riforma della MiFID 2. Sotto la lente finiranno i criteri di remunerazione della ricerca sulle Pmi, la trasparenza ex ante sui costi dei prodotti, maggior sinergia con la disciplina PRIIPs. Qual è la tua lettura di questa notizia?

Se mi è consentito abbandonare per un momento il linguaggio “normativamente” corretto, direi che molti articoli della direttiva e, soprattutto, del regolamento delegato di attuazione, sono scritti male e tradotti peggio. Alcune parti sembrano frutto di complicate mediazioni nelle quali sono intervenute mani diverse. Il risultato, su alcune materie, è un testo già difficile da capire, figuriamoci da implementare.

A volte, come nel caso della product governance, si tratta di una discliplina che sembra astrarsi dalla realtà sottostante della struttura del mercato che si vorrebbe regolamentare e, nello stesso tempo, introduce obblighi non coerenti con altre parti e altri articoli della stessa normativa. Il tema della ricerca in materia di investimenti è una delle materie su cui si sono osservate numerose “unintended consequences”, come la riduzione dell’offerta di ricerca sugli strumenti finanziari, in particolare sulle azioni di piccola e media capitalizzazione. Qualche mese fa abbiamo risposto ad un’indagine sul tema che il Ministro dell’Economia francese ha avviato proprio al fine di proporre in sede europea i correttivi necessari alla direttiva.

 
Riportiamo tutto ai consulenti finanziari. Cosa potrebbe cambiare per loro? Hanno da perdere o da guadagnare da una “MiFID 2.5”, e perché?

Una semplificazione della normativa farebbe bene non solo a tutti i consulenti finanziari, ma anche, e soprattutto, agli investitori. Regole più chiare sulle quali si possa esercitare un adeguato “enforcement” da parte delle Authority. Mi riferisco soprattutto al tema della rendicontazione sui costi ed oneri in merito alla quale una parte degli attori di mercato ha agito con molta pigrizia e, a volte, con scarsa trasparenza. Una maggiore standardizzazione e semplificazione dei dati da fornire ai clienti, con relativa tempistica obbligatoria, servirà ad accrescere la concorrenza tra gli operatori del settore della consulenza.

 
Come inquadri lo sviluppo del modello di consulenza/wealth management in Italia? Opportunità o rischio di un passo indietro per la consulenza cosiddetta “evoluta”?

Una revisione della Mifid è senz’altro auspicabile, ma non per tornare indietro, per andare avanti nella direzione di una maggiore protezione degli investitori e della trasparenza dei servizi di investimento. Le tentazioni di restaurazione non mancano di certo e le lobby si sono già messe in azione. Sarebbe grave che si facessero passi indietro rispetto agli indirizzi, anche coraggiosi, che le precedenti normative hanno fornito. Ma non si deve attribuire però alla normativa un’esclusiva responsabilità: il vero cambiamento, oltre che da regole più semplici ed efficaci, non può prescindere da un’evoluzione nella cultura d’impresa e nel management delle imprese di investimento e delle banche al fine di perseguire, nei fatti e non solo a parole, il migliore interesse del cliente.

 

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